Sentenza Tripadvisor: alcuni spunti di riflessione

Come noto una recente pronuncia del Consiglio di Stato ha annullato la condanna inflitta dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) a Trip Advisor (il noto operatore turistico on-line) per violazione di alcune norme del Codice del Consumo relative alla diffusione di informazioni ingannevoli sulle fonti delle recensioni pubblicate sul sito internet www.tripadvisor.it

Al di là delle (condivisibili) motivazioni della sentenza di assoluzione è opportuno trarre alcuni insegnamenti dall’intera vicenda al fine di evitare possibili contestazioni nell’attività svolta da coloro che operano on-line in settori affini a quelli di Trip Advisor (portali informativi, marketplace settoriali, ma anche forum e blog di recensioni che sfruttano introiti derivanti dalla pubblicità on-line).

Ecco dunque alcune delle contestazioni mosse al portale turistico, in gran parte annullate o ridimensionate dalla sentenza di assoluzione):

  • Procedure di regstrazione: una delle contestazioni mosse a Trip Advisor riguardava l’eccessiva facilità di registrazione al sito, che può avvenire anche usando un server proxy e un servizio di mail temporanea ovvero ricorrendo alla procedura di registrazione tramite collegamento di un preesistente account di Google+. E’ sempre dunque opportuno, nelle procedure di registrazione, predisporre un meccanismo tipo captcha ed inviare una e-mail per verificare la validità dell’indirizzo di posta elettronica utilizzato per la creazione dell’account utente.
  • Il ruolo del gestore del portale: Tripadvisor si è difesa giocando, tra l’altro, la “carta” dell’hosting provider ai sensi del Decreto Legislativo n.70/2003, ovvero sostenendo di non essere responsabile delle recensioni rilasciate dagli utenti sul proprio sito. Tale linea difensiva, non è stata però accolta dal Consiglio di Stato (che ha assolto Tripadvisor sulla base di altre circostanze). Si conferma pertanto l’orientamento restrittivo già visibile in altri “casi” venuti alla ribalta (vedi ad esempio questa discussione: http://www.giorgiotave.it/forum/leggi-per-le-professioni-web/227913-lagcom-censura-blog-e-forum.html)  secondo cui il gestore di un portale sarebbe sempre responsabile, in una qualche misura, dei contenuti pubblicati dagli utenti. E’ questo un terreno molto delicato ove occorre muoversi con estrema cautela.
  • Le segnalazione dei singoli utenti: diverse sentenze hanno da tempo precisato che ai sensi degli artt. 24 e 26 del Codice del Consumo, ai fini della configurabilità dell’illecito del professionista, non occorre individuare un concreto pregiudizio delle ragioni dei consumatori, in quanto è la stessa potenzialità lesiva, al fine di evitare anche solo in astratto condizionamenti e/o orientamenti decettivi, che consente di ascrivere la condotta nel quadro dell’illecito di “mero pericolo”, in quanto intrinsecamente idonea a configurare le conseguenze che il codice del consumo ha invece inteso scongiurare (TAR Lazio, Sez. I, 3.7.09, n. 6446). Pertanto non è condizione necessaria quella per cui il procedimento prenda avvio da segnalazioni di singoli consumatori, fermo restando che la stessa AGCM può procedere d’ufficio, e che le segnalazioni possono essere veicolate, come anche nel caso di Tripadvisor, da associazioni di settore.
  • L’importanza di un adeguata informativa. Una delle circostanze decisive che hanno portato all’assolvimento di Tripadvisor è stata la presenza di adeguata informativa circa la corretta modalità di utilizzo delle recensioni presenti sul sito. In particolare Tripadvisor sottolineava di non poter essere in grado di verificare i fatti (e quindi la veridicità o meno) delle recensioni, essendo queste mere opinioni degli utenti, e che l’affidabilità del messaggio non può che derivare dall’esame di un numero elevato di recensioni per la stessa struttura. Come in altri ambiti normativi (vedi ad es. privacy) è dunque importante fornire sempre una informativa il più possibile chiara ed esaustiva su tutti gli aspetti e le modalità di fruizione dei contenuti presenti sul sito.

E-commerce e triangolazioni: analisi di un caso

Fra le possibili combinazioni di operazioni e-commerce transfrontaliere analizziamo il seguente caso:

Operatore e-commerce nazionale (ITA) che acquista merce da una fornitore extracomunitario (diciamo cinese) e vende on line a clienti residenti in un altro stato UE (ad esempio Germania) facendo consegnare la merce direttamente dal fornitore cinese.

I soggetti coinvolti sono dunque:

– il fornitore cinese (CHI)

– l’operatore italiano (ITA)

– il cliente tedesco (GER) che può a sua volta essere un’impresa (B2B) oppure un consumatore finale (B2C)

In linea di massima le regole sono valide anche sostituendo la Cina con un altro paese al di fuori dall’Unione Europea ovvero sostituendo Italia e Germania con altri due paesi entrambi appartenenti all’Unione Europea.

Ricordo che stiamo sempre parlando di operazioni di commercio elettronico indiretto, dove la transazione si chiude on line, ma riguarda la vendita di beni “fisici”, non digitali.

Tornando al caso in questione supponiamo inizialmente, per semplicità, che lo sdoganamento della merce importata dalla Cina avvenga in Italia. In tale ipotesi ITA può avvalersi della facoltà di pagare unicamente i dazi doganali senza applicazione dell’Iva se i beni proseguono per altri Stati UE (art. 67. co. 1, lett. b) DPR 633/72), questo a condizione che GER abbia una partita Iva in Italia o nomini un rappresentante fiscale (vd la circolare 120/D del 17.4.1993).

Con la partita Iva italiana GER emetterà una fattura intracomunitaria a carico della partita iva tedesca per il trasferimento dei beni e provvederà a registrare e ad integrare questa fattura, assolvendo l’iva nel suo paese.

Dal canto suo ITA riceverà la fattura da CHI senza doverla integrare nè assolvere l’Iva in quanto trattasi di operazione extracomunitaria. La successiva fattura emessa nei confronti di GER sarà emessa senza Iva in quanto trattasi di operazione extraterritoriale ai sensi dell’art. 7-bis DPR 633/72.

(se lo sdoganamento avvenisse in Germania, iva e dazi doganali sarebbero interamente a carico di GER).

Nell’ipotesi in cui invece il cliente finale tedesco GER fosse un privato consumatore anzichè un soggetto munito di partita IVA vi sarebbero due importanti differenze:

1) nel caso di sdogaanemento in Italia ITA non potrebbe avvalersi della facoltà di non pagare l’IVA anche se i beni proseguono per un altro stato UE

2) ITA deve applicare l’iva italiana o, al ricorrere delle condizioni previste dall’art. 34 della Direttiva 2006/112/CE, l’iva dello stato membro di destinazione.

Nella sotto-ipotesi infine in cui lo sdoganamento avvenisse in Germania, GER privato consumatore dovrebbe farsi carico di iva e dazi doganali all’importazione ma ITA potrebbe fatturare senza applicazione dell’iva in quanto la merce si trova già in Germania.

 

 

Entra in vigore l’informativa sui cookie

Il prossimo 2 giugno entrerà in vigore il Provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali n. 229/2014. E’ pertanto necessrio dotarsi dei modelli di informativa (breve ed  estesa) che permettano all’utente di esprimere il proprio consenso informato in merito all’archiviazione di cookie sul proprio terminale.

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E’ bene ricordare infine che l’utilizzo di cookie di profilazione è assoggettato all’obbligo di preventiva notificazione al Garante, ai sensi dell’art. 37, comma 1, lett. (d) del Codice Privacy. Pertanto, nel caso di utilizzo di tali strumenti, occorrerà comunicare preventivamente tale utilizzo attraverso la compilazione e l’invio dell’apposito modulo, disponibile al link https://web.garanteprivacy.it/rgt.

Esonero dalla fatturazione per l’e-commerce diretto

Il recente D.Lgs. 42 del 2015 ha introdotto una previsione di   esonero dall’obbligo di emissione della fattura per i servizi elettronici eseguiti nei confronti di privati.

Come noto tali operazioni (tra le quali rientrano, a titolo esemplificativo: fornitura di siti web e hosting,  vendita di software, musica, film, e-book, giochi, applicazioni ed altri     contenuti digitali) sono considerate ai fini Iva prestazioni di servizi e, come tali, soggette all’obbligo di fatturazione, anche per piccoli importi.

L’esonero dalla fatturazione:

1) si applica solo nei confronti di soggetti che agiscano al di fuori di un’attività d’impresa (clienti privati);

2) viene meno qualora il cliente richieda espressamente l’emissione della fattura (tassativamente al momento dell’ordine);

3) riguarda sia le prestazioni interne (Ita-Ita) quelle cross-border (Ita-Ue e Ita-Extra Ue) (*).

Purtroppo il testo normativo introdotto lascia alcune perplessità circa la corretta modalità di contabilizzazione dei corrispettivi per i quali si applica l’esonero. In particolare l’art 7 del citato d.lgs 42/2015 affida ad un apposito decreto ministeriale l’attuazione di un ulteriore esonero dall’obbligo di certificazione dei corrispettivi attraverso ricevuta o scontrino fiscale richiamando una vecchia disposizione di legge (la Legge 413/1991).

Sembrerebbe dunque che i corrispettivi non fatturati vadano comunque documentati in questa fase attraverso l’emissione di scontrino o ricevuta fiscale.

In virtù dell’art.3 della Legge 413/1991 dovrebbe comunque essere garantita l’esclusione dall’obbligo di emisssione della ricevuta o dello scontrino fiscale anche prima della emanazione del decreto di attuazione.

Si ritiene pertanto opportuno, in attesa dell’emanazione del decreto, adottare il medesimo comportamento previsto nel caso delle operazioni di commercio elettronico indiretto (vendita di beni “fisici” via Internet), ossia la registrazione degli incassi giornalieri sul registro dei corrispettivi e lo scorporo dell’Iva, se dovuta, con cadenza mensile o trimestrale.

(*) Per le prestazioni Ita-Ue si ricorda che è entrato in vigore il 1° gennaio di quest’anno il regime MOSS a cui occorre aderire per assolvere correttamente i nuovi obblighi di versamento  dell’imposta nello Stato di residenza del cliente.

Fisco senza paura per professionisti e hobbisti

Il prossimo 23 maggio terrò presso gli amici di YATTA! un intervento sugli aspetti legali e fiscali delle vendite on-line.

Il programma è il seguente:
– introduzione
– l’apertura di un negozio on-line: adempimenti fiscali
– inquadramento dell’attività e soglie per l’apertura della partita Iva
– la gestione contabile e fiscale (fatturazione, ordini, spedizione)
– aspetti previdenziali
– diritto d’autore: come difendere le proprie creazioni su Internet
– consigli e suggerimenti pratici
– Q&A

Per ulteriori informazioni ed iscrizioni potete fare riferimento a questa pagina.

 

Ancora sui resi… e-commerce e scontrino fiscale

Spesso mi viene chiesto quale sia la procedura corretta da osservare in caso di annullamento di una vendita per la quale sia stato emesso lo scontrino fiscale. Il caso è, ad esempio, quello di invio di un prodotto errato da parte del venditore . Nel caso in cui il prodotto corretto non sia disponibile il venditore normalmente procede a far ritirare il pacco a proprie spese e a rimborsare la somma che il cliente aveva pagato.

Premesso che le operazioni di commercio elettronico indiretto sono assimilabili  alle  vendite  per  corrispondenza  e,  pertanto,  non  sono soggette all’obbligo di emissione della fattura (se non richiesta dal cliente), come previsto dall’articolo 22  del d.P.R. n. 633 del 1972, né all’obbligo di certificazione mediante emissione dello scontrino o della ricevuta fiscale, la procedura corretta da seguire in casi simili prevede l’emissione di uno scontrino fiscale “negativo” per l’importo del rimborso da emettere nel giorno in cui il rimborso è effettuato. Tale importo è poi da considerare con segno meno nelle somma algebrica degli importi da indicare nel registro dei corrispettivi.

Per quanto riguarda la documentazione da conservare, secondo l’Agenzia delle Entrate (Risoluzione n. 274/E del 5/11/2009) è necessario che dalla documentazione in possesso sia dato individuare gli elementi necessari a correlare la restituzione al medesimo bene risultante dal documento probante l’acquisto originario, quali, le generalità del soggetto acquirente, l’ammontare  del  prezzo  rimborsato,  il  “codice”  dell’articolo oggetto di restituzione e il “codice di reso” (da riportare su ogni documento emesso per certificare il rimborso).